Puntata 1 · La figlia del pittore — Roma, 1593
Roma. Anno del Signore 1593. Una città immensa, splendida e feroce. Una città dove i cardinali costruiscono palazzi d'oro e i mendicanti dormono sotto i ponti.
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Roma. Anno del Signore 1593.
Una città immensa, splendida e feroce. Una città dove i cardinali
costruiscono palazzi d'oro e i mendicanti dormono sui gradini delle
chiese. Dove la bellezza delle cupole convive con il sangue delle
esecuzioni in piazza. Dove la fede si mescola al potere, e il potere al
denaro.
È in questa Roma che, l'8 luglio, nasce una bambina.
Si chiama Artemisia.
Il suo nome è quello di una dea. Ma il mondo in cui viene al mondo non
ha alcuna intenzione di trattarla come tale.
Perché nella Roma di fine Cinquecento, nascere donna significa avere
davanti soltanto due strade. Il matrimonio, o il convento. Una moglie
obbediente, o una suora silenziosa. Nient'altro.
Nessuno, quel giorno, può immaginare che quella bambina sceglierà una
terza strada. Una strada che nessuna donna, prima di lei, aveva percorso
così.
La strada della pittura.
La bottega
Suo padre si chiama Orazio Gentileschi. È un pittore toscano, arrivato a
Roma da Pisa in cerca di fortuna. Lavora nelle chiese, nei palazzi,
nelle cappelle dei nobili. È bravo, ambizioso, orgoglioso. E ha un
carattere difficile.
La casa dei Gentileschi non è una casa come le altre. È una bottega.
Immaginatela. L'odore pungente dell'olio di lino. Le tele appoggiate ai
muri. I pennelli nei vasi. I colori che ogni giorno devono essere
preparati a mano, macinando pietre e terre fino a trasformarle in
polvere.
E in mezzo a tutto questo, una bambina che osserva.
Artemisia è la primogenita. Dopo di lei arriveranno tre fratelli maschi.
Ed è proprio a loro, secondo le regole del tempo, che Orazio dovrebbe
insegnare il mestiere.
Ma accade qualcosa di inatteso.
I ragazzi non mostrano un grande talento. La ragazza, invece, sì.
Artemisia comincia come cominciano tutti gli apprendisti: macinando i
pigmenti, pulendo i pennelli, preparando le tele. Poi, un giorno, prende
in mano un pennello. E da quel momento non lo lascerà mai più.
Una perdita
Nel 1605 la vita di Artemisia cambia per sempre. Sua madre, Prudenzia,
muore.
Artemisia ha soltanto dodici anni.
All'improvviso si ritrova a essere l'unica donna di una casa piena di
uomini. Il padre, i fratelli, gli apprendisti, i clienti, gli amici
pittori che entrano ed escono a ogni ora.
Una ragazzina sola, in un mondo che non le appartiene.
Ma forse è proprio lì, in quel vuoto, che nasce la sua forza. Quella
determinazione silenziosa e testarda che la accompagnerà per tutta la
vita.
L'uomo che cambiò la pittura
Ora dobbiamo fare un passo indietro. Perché in quegli stessi anni, per
le strade di Roma, si aggira un uomo che sta cambiando per sempre la
storia dell'arte.
Il suo nome lo conoscete bene.
Michelangelo Merisi. Il Caravaggio.
Caravaggio porta nella pittura qualcosa che nessuno aveva mai osato. I
suoi santi hanno i piedi sporchi. Le sue Madonne hanno il volto delle
donne del popolo. E soprattutto c'è la luce. Una luce violenta,
improvvisa, che squarcia il buio e colpisce i personaggi come un colpo
di spada.
Roma è sconvolta. Qualcuno grida allo scandalo. Altri gridano al
miracolo.
E Orazio Gentileschi è tra quelli che rimangono folgorati.
Non solo. Orazio e Caravaggio sono amici. Frequentano le stesse osterie,
gli stessi ambienti, condividono gli stessi guai. Nel 1603 finiscono
perfino insieme in tribunale, accusati di aver scritto versi offensivi
contro un pittore rivale.
E durante quel processo, Orazio racconta un dettaglio curioso: aveva
prestato a Caravaggio un saio da cappuccino e un paio di ali. Ali vere,
da usare come modello per dipingere un angelo.
Pensateci. In quella bottega, dove una bambina macinava i colori,
entravano gli oggetti, le idee, forse perfino i passi del pittore più
rivoluzionario del suo tempo.
Artemisia cresce respirando quella pittura. Quella luce. Quel coraggio.
Una ragazza che non può uscire
Eppure, per lei, il mondo resta chiuso.
Una ragazza per bene, nella Roma di quegli anni, non può uscire
liberamente di casa. Non può frequentare le accademie. Non può studiare
i nudi dal vero. Non può girare per le chiese a copiare i capolavori,
come fanno i giovani pittori.
Artemisia non sa nemmeno leggere e scrivere bene. Imparerà più tardi, da
sola.
Il suo mondo è la bottega. Le sue finestre sono le tele.
E allora impara in un altro modo. Osserva. Guarda il padre lavorare.
Studia ogni gesto, ogni pennellata, ogni ombra. Usa come modello ciò che
ha a disposizione: se stessa, il suo volto, il suo corpo riflesso nello
specchio.
E il suo talento esplode.
Qualche anno più tardi, sarà lo stesso Orazio a scrivere, con orgoglio,
che in pochissimo tempo la figlia era diventata così abile da non avere
rivali. Un padre che non aveva mai regalato complimenti a nessuno.
Il primo capolavoro
È il 1610. Artemisia ha diciassette anni.
Davanti a lei c'è una tela. E su quella tela prende vita una scena
antica, tratta dalla Bibbia: Susanna, una giovane donna, sorpresa nuda
da due uomini anziani che la spiano e la minacciano.
Molti pittori, prima di lei, avevano dipinto quella storia. Ma l'avevano
sempre fatto con gli occhi degli uomini. Una Susanna sensuale, quasi
compiaciuta.
La Susanna di Artemisia, invece, è diversa.
Si ritrae. Si difende. Ha paura.
È una donna che subisce uno sguardo che non ha chiesto.
E sulla tela, in basso, compare una firma. Quella di Artemisia
Gentileschi.
Una ragazza di diciassette anni ha appena dipinto il suo primo
capolavoro.
Ma il destino, a volte, ha un modo crudele di annunciarsi. Perché ciò
che Artemisia ha dipinto su quella tela, una donna minacciata da uomini
più potenti di lei, sta per diventare la sua stessa storia.
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