Puntata Finale · L'ultimo viaggio — Morte e nascita del mito
Estate del 1610. Napoli. Caravaggio aspetta una notizia da Roma. La aspetta da quattro anni. Il perdono. Da quella notte del 28 maggio 1606, tutto ha ruotato attorno a un'unica speranza.
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Estate del 1610.
Napoli.
Caravaggio aspetta una notizia da Roma.
La aspetta da quattro anni.
Il perdono.
Da quella notte del 28 maggio 1606, Michelangelo Merisi è un condannato.
Ha attraversato città.
Palazzi.
Prigioni.
Isole.
Ha cambiato continuamente rifugio.
Ma non ha mai smesso di guardare verso Roma.
Adesso la grazia sembra finalmente possibile.
Tra gli uomini che possono favorirla c'è il cardinale Scipione Borghese,
nipote di papa Paolo V e uno dei più potenti collezionisti del tempo.
Caravaggio prepara il viaggio.
Porta con sé alcuni dipinti.
Le fonti non permettono di ricostruire ogni dettaglio con assoluta
certezza, ma sappiamo che Michelangelo lascia Napoli e si dirige verso
nord.
Questa volta non sta fuggendo da Roma.
Sta cercando di tornarci.
Possiamo immaginare il Mediterraneo d'estate.
La costa.
Una piccola imbarcazione.
Le tele a bordo.
E un uomo di trentotto anni convinto che quattro anni di fuga stiano per
finire.
Poi qualcosa va storto.
Caravaggio arriva a Palo, sulla costa laziale.
Qui viene fermato.
Le ragioni precise dell'arresto non sono completamente chiare.
Forse uno scambio di persona.
Forse controlli legati alla sua condizione.
Le ricostruzioni successive non coincidono.
Ma accade una cosa terribile.
Mentre Michelangelo è trattenuto…
la barca riparte.
E con la barca ripartono anche i suoi quadri.
Quando viene liberato, Caravaggio deve raggiungere l'imbarcazione.
Si muove lungo la costa.
È luglio.
Fa caldo.
Michelangelo è già provato dagli ultimi anni.
Dall'aggressione subita a Napoli.
Dalle fughe.
Dalla tensione continua.
Le fonti lo conducono verso Porto Ercole.
Ed è lì che la sua storia si interrompe.
18 luglio 1610.
Michelangelo Merisi da Caravaggio muore.
Ha trentotto anni.
La notizia comincia a viaggiare.
Ma persino la morte di Caravaggio sembra confusa.
Informazioni imprecise.
Lettere.
Voci.
Notizie che arrivano in ritardo.
E intanto accade qualcosa di amaramente paradossale.
La grazia che Michelangelo aveva inseguito per anni era ormai vicina.
Troppo tardi.
Per secoli la storia della sua morte viene raccontata in modi diversi.
Febbre.
Malaria.
Malattia.
Conseguenze delle ferite.
Avvelenamento da piombo.
Infezione.
Il piombo entra nella storia perché era presente nei materiali
utilizzati dai pittori.
Analisi moderne hanno alimentato l'ipotesi che Caravaggio potesse essere
stato esposto a livelli elevati di questo metallo.
Ma anche questa spiegazione, da sola, non chiude il caso.
Nel XXI secolo accade qualcosa che sembra appartenere a un'altra storia.
Un gruppo di ricercatori cerca i resti di Caravaggio.
A Porto Ercole vengono esaminate ossa provenienti dall'antico cimitero
locale.
Gli studiosi selezionano resti compatibili con sesso, età ed epoca.
Seguono analisi antropologiche.
Datazioni.
Indagini genetiche.
Confronti con persone che portano cognomi collegati alla famiglia
Merisi.
Nel 2010 viene annunciata l'identificazione di alcuni resti attribuiti
con elevata probabilità a Caravaggio.
Ma l'identificazione non è universalmente accettata.
Altri studiosi hanno contestato la solidità delle conclusioni.
Anche quattro secoli dopo…
Caravaggio continua a dividere.
Nel 2018 arriva un'altra ipotesi.
Un gruppo di ricercatori pubblica uno studio che indica una possibile
causa della morte:
sepsi provocata da Staphylococcus aureus.
Secondo questa ricostruzione, un'infezione legata a una ferita avrebbe
potuto diffondersi nell'organismo e ucciderlo.
È una spiegazione scientifica proposta sulla base dei resti attribuiti
al pittore.
Ma proprio perché l'identificazione di quelle ossa rimane discussa,
anche questa conclusione deve essere trattata con prudenza.
La verità definitiva sulla morte di Caravaggio non è arrivata fino a
noi.
Forse non arriverà mai.
Ma c'è qualcosa che conosciamo molto meglio.
Ciò che accadde dopo.
Caravaggio muore.
La sua pittura no.
La sua luce attraversa l'Italia.
Arriva a Napoli.
Roma.
Genova.
Si spinge in Francia.
Nelle Fiandre.
Nei Paesi Bassi.
In Spagna.
Nasce un fenomeno europeo.
I caravaggisti.
Artisti diversissimi comprendono che Caravaggio ha aperto una strada
nuova.
Orazio Gentileschi.
Artemisia Gentileschi.
Bartolomeo Manfredi.
Jusepe de Ribera.
Gerrit van Honthorst.
Valentin de Boulogne.
Georges de La Tour.
Non sono semplicemente imitatori.
Ognuno trasforma quella lezione.
Ma dopo Caravaggio il buio non è più soltanto uno sfondo.
La luce può diventare racconto.
Un volto può emergere dall'oscurità.
Un santo può avere le rughe.
Un apostolo può avere mani sporche.
La Vergine può avere il corpo di una donna vera.
Un miracolo può accadere dentro una stanza.
Un martirio può avere il peso della carne.
Caravaggio ha cambiato il modo di guardare.
Eppure anche la sua fama attraverserà periodi di oscurità.
Il gusto cambia.
Arrivano altri linguaggi.
Altri maestri.
Per molto tempo Caravaggio non occupa nella storia dell'arte il posto
gigantesco che gli riconosciamo oggi.
Poi viene riscoperto.
Nel Novecento gli studi ricostruiscono progressivamente il suo catalogo.
Gli archivi restituiscono documenti.
Le opere vengono confrontate.
Roberto Longhi diventa una figura fondamentale nella moderna riscoperta
critica di Caravaggio.
Nel 1951, a Milano, una grande mostra dedicata a Caravaggio e ai
caravaggeschi porta davanti al pubblico quell'universo di luce e
oscurità.
Caravaggio torna.
E questa volta non se ne andrà più.
Oggi milioni di persone entrano nelle chiese e nei musei per vedere i
suoi quadri.
Si fermano davanti alla Vocazione di San Matteo.
Seguono quel fascio di luce.
Guardano Paolo caduto sotto il cavallo.
I piedi sporchi dei pellegrini.
Il dito di Tommaso dentro la ferita di Cristo.
Il sangue di San Giovanni Battista.
La testa di Golia.
E continuano a riconoscere qualcosa.
Nonostante siano passati più di quattrocento anni.
Perché Caravaggio non ha dipinto uomini perfetti.
Ha dipinto uomini.
Fragili.
Violenti.
Vecchi.
Giovani.
Poveri.
Spaventati.
Stanchi.
Meravigliati.
Li ha messi davanti alla luce.
E ha aspettato che quella luce raccontasse la loro storia.
Michelangelo Merisi aveva fatto lo stesso con la propria vita.
Era passato attraverso la peste.
La perdita della famiglia.
La miseria dei primi anni romani.
Il successo.
I palazzi dei cardinali.
Le osterie.
Le risse.
Il sangue.
L'omicidio.
La fuga.
Napoli.
Malta.
Il carcere.
La Sicilia.
Ancora Napoli.
E infine quel viaggio disperato verso Roma.
Aveva conosciuto il sangue.
Quello dipinto.
E quello vero.
Ma soprattutto aveva fatto qualcosa che nessuna condanna avrebbe potuto
cancellare.
Aveva spento la luce uniforme.
Aveva lasciato entrare il buio.
E dentro quel buio…
aveva acceso Caravaggio.
18 luglio 1610.
A Porto Ercole muore Michelangelo Merisi.
Ma questa storia era cominciata con una frase.
Prima di Caravaggio…
c'era Michelangelo.
Adesso Michelangelo non c'è più.
Rimangono la luce.
I corpi.
Le mani.
I volti.
Il sangue.
Il buio.
Michelangelo Merisi era morto.
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