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Stagione Napoli · Speciale

Speciale: Giuseppe Moscati, il medico che Napoli aspetta ancora

Nel cuore della Basilica del Gesù Nuovo, ogni giorno persone in silenzio si fermano davanti a una teca. Sono venuti a trovare Giuseppe Moscati — il medico che a quasi cento anni dalla morte continua a ricevere visite.

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Provate a entrare nella Basilica del Gesù Nuovo in una mattina
qualsiasi.

Fuori c'è Napoli.

Le voci dei turisti.

I motorini.

Le risate che rimbalzano tra i vicoli.

La città che corre.

Poi oltrepassate il portone.

E qualcosa cambia.

La luce si fa più morbida.

I rumori restano fuori.

E tra le navate capita spesso di vedere una scena che si ripete ogni
giorno.

Una donna stringe una fotografia.

Un ragazzo lascia un foglietto piegato.

Un anziano rimane immobile per qualche minuto davanti a una teca.

Nessuno parla ad alta voce.

Nessuno ha fretta.

Sono venuti a trovare Giuseppe Moscati.

E questa è forse la cosa più sorprendente.

Perché Giuseppe Moscati non era un re.

Non era un generale.

Non era un uomo di potere.

Era un medico.

Eppure, a quasi un secolo dalla sua morte, continua a ricevere visite
come se abitasse ancora qui.

Per capire il motivo bisogna fare un passo indietro.

Anzi, molti passi indietro.

Bisogna tornare nella Napoli di fine Ottocento.

Una città meravigliosa e difficile.

Elegante e poverissima.

Capace di produrre cultura, arte e scienza, ma anche di convivere ogni
giorno con malattie, epidemie e miseria.

Le carrozze attraversano le strade acciottolate.

Nei vicoli si vende di tutto.

Le famiglie numerose vivono spesso in una sola stanza.

La medicina è ancora lontana dai progressi che conosciamo oggi.

Ammalarsi può significare perdere tutto.

Ed è proprio in questa Napoli che cresce Giuseppe Moscati.

Fin da giovane mostra un'intelligenza fuori dal comune.

Studia medicina.

Si distingue tra gli studenti.

I professori si accorgono subito di avere davanti un talento raro.

Ma nessuno immagina che quel giovane brillante avrebbe lasciato un segno
così profondo nella storia della città.

Perché Moscati non vuole essere soltanto un bravo medico.

Vuole essere utile.

E per lui sono due cose diverse.

Molto diverse.

Ogni giorno attraversa Napoli per raggiungere l'Ospedale degli
Incurabili.

Già il nome fa impressione.

"Incurabili".

Un luogo dove arrivano i più poveri.

I dimenticati.

Coloro che spesso non hanno più nulla.

Qui Moscati lavora senza risparmiarsi.

Visita.

Studia.

Ricerca.

Ma soprattutto ascolta.

Perché aveva capito una cosa che ancora oggi molti medici considerano
fondamentale.

Dietro ogni malattia c'è una persona.

E dietro ogni persona c'è una storia.

Si racconta che spesso, dopo una visita, lasciasse qualche lira sotto il
cuscino del malato.

Altre volte scriveva una ricetta e aggiungeva il denaro necessario per
acquistare le medicine.

Lo faceva in silenzio.

Senza cercare ringraziamenti.

Senza voler apparire.

Come se fosse la cosa più normale del mondo.

E forse è proprio per questo che Napoli cominciò ad amarlo.

Perché riconosce subito chi aiuta davvero.

Ma c'è un episodio che ancora oggi viene raccontato come simbolo del suo
coraggio.

Siamo nel 1906.

Il Vesuvio si risveglia.

La montagna esplode.

Una colonna di cenere oscura il cielo.

I tetti iniziano a cedere sotto il peso del materiale vulcanico.

La paura corre veloce.

Moscati si trova nell'ospedale di Torre del Greco.

La situazione è drammatica.

Mentre molti cercano di mettersi al sicuro, lui fa l'esatto contrario.

Entra nei reparti.

Organizza l'evacuazione.

Fa uscire i malati uno ad uno.

Non abbandona l'edificio finché non è certo che tutti siano in salvo.

Poco dopo, una parte della struttura crolla.

Quando la notizia si diffonde, Napoli capisce di avere davanti un uomo
speciale.

Non un eroe da romanzo.

Qualcosa di più raro.

Una persona che mette davvero gli altri prima di sé.

Eppure la cosa straordinaria è che Moscati non cambia mai.

Continua a vivere con semplicità.

Continua a studiare.

Continua a curare.

Continua a pregare.

Perché nella sua vita scienza e fede non erano nemiche.

Erano compagne di viaggio.

Due strade diverse che conducevano verso lo stesso obiettivo.

Aiutare l'essere umano.

Ancora oggi una sua frase è incisa nella memoria di molti napoletani.

"Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo."

Parole che possono sembrare semplici.

Ma che spiegano perfettamente chi fosse.

Perché Moscati amava la scienza.

La praticava ogni giorno.

Ma sapeva che nessuna medicina può sostituire la compassione.

Nessuna cura può sostituire l'umanità.

Il 12 aprile del 1927 arriva improvvisamente la notizia che nessuno si
aspetta.

Giuseppe Moscati muore nel suo studio.

Ha soltanto quarantasei anni.

Napoli resta incredula.

In poche ore migliaia di persone si riversano per strada.

Non arrivano soltanto colleghi e professionisti.

Arrivano soprattutto i poveri.

I malati.

Le famiglie che aveva aiutato.

Le persone che avevano ricevuto una visita.

Una parola.

Un gesto.

Per molti è come perdere un familiare.

E forse è proprio quel giorno che nasce il legame speciale tra Napoli e
Moscati.

Un legame che non si spezzerà più.

Oggi, davanti alla sua tomba, continuano ad arrivare persone da ogni
parte del mondo.

Alcuni chiedono una grazia.

Altri semplicemente un aiuto.

Molti lasciano lettere.

Fotografie.

Biglietti scritti a mano.

Qualcuno racconta una malattia.

Qualcuno una paura.

Qualcuno un sogno.

E osservando quella fila silenziosa viene spontaneo pensare che, in
fondo, Napoli non abbia mai smesso di considerarlo il proprio medico.

Non il santo dei miracoli impossibili.

Non una figura distante.

Ma il dottore di casa.

Quello a cui rivolgersi quando la vita diventa difficile.

Quello che ascolta.

Quello che comprende.

Quello che non giudica.

E mentre lasciate il Gesù Nuovo e tornate nel frastuono del centro
storico, tra le voci di Spaccanapoli e il profumo del caffè che esce dai
bar, capirete forse il segreto di Giuseppe Moscati.

Non è diventato grande perché ha compiuto qualcosa di straordinario.

È diventato straordinario perché ha saputo fare bene le cose più
semplici.

Prendersi cura degli altri.

Ed è proprio per questo che Napoli, dopo quasi cento anni, continua
ancora a chiamarlo con affetto e rispetto:

"Dottò..."

Come se fosse uscito da quelle porte soltanto pochi minuti fa.

Dove si trova Basilica del Gesù Nuovo, Napoli

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