Puntata 8 · L'ultimo Venerdì Santo — Morte di Francesco a Plessis
È il 1507. Francesco è vecchissimo. Ha novantuno anni. Ha attraversato quasi un secolo. Pensate a ciò che ha visto. Dinastie, papi, re, guerre, epidemie.
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È il 1507.
Francesco è vecchissimo.
Ha novantuno anni.
Ha attraversato quasi un secolo.
Pensate a ciò che ha visto.
Dinastie.
Papi.
Re.
Guerre.
Viaggi.
Epidemie.
Povertà.
La crescita della sua comunità.
La sua Calabria lasciata per sempre.
Ora si trova in Francia, a Plessis-lès-Tours.
È lontano dal Tirreno.
Lontano da Paola.
Lontano dalla grotta in cui tutto era cominciato.
La tradizione degli ultimi giorni lo mostra ancora concentrato su ciò
che ha sempre considerato essenziale.
La comunità.
La Regola.
La carità reciproca.
Francesco comprende che la morte è vicina.
E qui c'è una coincidenza che per i suoi seguaci assumerà un significato
enorme.
È Venerdì Santo.
2 aprile 1507.
Il giorno in cui il cristianesimo contempla la morte di Cristo.
Francesco muore.
Non su un trono.
Non in Calabria.
Non circondato dalla scenografia del potere.
Muore come religioso.
Viene sepolto in Francia.
La storia potrebbe finire qui.
Ma non finisce.
Perché Francesco ha vissuto in un'Europa che sta per esplodere.
Nel 1517 Martin Lutero pubblicherà le sue celebri tesi.
Comincerà una frattura religiosa immensa.
Cattolici e protestanti si scontreranno.
La Francia sarà devastata dalle guerre di religione.
E decenni dopo la morte di Francesco, la violenza raggiungerà anche la
sua tomba.
Secondo le ricostruzioni storiche tramandate, durante le guerre di
religione del XVI secolo, gruppi ugonotti profanarono il sepolcro e i
resti del Santo furono in gran parte distrutti e bruciati.
Fermiamoci.
L'uomo che aveva predicato carità.
L'uomo della parola «Charitas».
Diventa, dopo morto, vittima dell'odio religioso.
È uno dei paradossi più dolorosi della sua storia.
Il suo corpo non torna integro a Paola.
La Calabria conserva e venera reliquie, memoria, luoghi.
Ma l'uomo che per il popolo è presenza quasi fisica ha conosciuto anche
la dispersione delle proprie spoglie.
Eppure la distruzione del corpo non distrugge la memoria.
Anzi.
Pochi anni dopo la morte, il processo di riconoscimento ecclesiastico
procede rapidamente.
Francesco viene beatificato nel 1513.
Nel 1519, appena dodici anni dopo la morte, Papa Leone X lo proclama
Santo.
Dodici anni.
Un tempo sorprendentemente breve.
Significa che la fama di santità era già enorme.
Che le testimonianze circolavano.
Che Francesco non era un personaggio locale.
Era ormai una figura europea.
Ma qui nasce una domanda.
Che cosa resta davvero di un uomo quando il suo corpo scompare?
Restano le opere?
Le parole?
Le leggende?
I luoghi?
Nel caso di Francesco resta qualcosa di ancora più difficile da
spiegare.
Resta un rapporto personale.
Milioni di persone, nei secoli, non parleranno di lui come di un uomo
morto nel 1507.
Parleranno come se fosse presente.
«San Francesco mi ha aiutato.»
«San Francesco mi ha protetto.»
«Ho fatto un voto.»
«Devo andare a Paola.»
«Devo ringraziarlo.»
È qui che la storia diventa devozione.
E la devozione diventa identità.
Nella prossima puntata torneremo in Calabria.
Non per raccontare il Francesco vivo.
Ma per capire come un uomo morto in Francia sia diventato una delle
presenze più potenti del Sud d'Italia.
Il Santuario di San Francesco di Paola è meta di pellegrinaggio dal Quattrocento. Se ti capita di passare per la Calabria, cerca il beacon Civiglio: la stessa storia ti aspetta direttamente sul tuo telefono.